La formalità bohemienne dell’uomo Saint-Laurent va in scena a Los Angeles

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Nella moda, oggi, il contesto è tutto, perché per vendere funziona di più raccontar storie – lo chiamano storytelling, e troppo spesso è in odore di impostura – che far vestiti degni del titolo, e non cose generiche passate per innovative. Da qui tutto un fiorire di strategie di vario genere, il picco delle quali è lo show grandioso, fuori calendario, in location impervia, inattesa, esclusiva. Il mese di maggio del 2019 in questo senso è stato scriteriato, e in larga parte deludente: molta fanfara, poca sostanza.

Quando però lo scenario grandioso amplifica il messaggio, e i vestiti non sono più mere comparse o giochi d’ombra, ma protagonisti con tutti i crismi, la spettacolarità inarrestabile cui la moda oggi soggiace trova una effettiva ragion d’essere, perdendo lo stigma di smalto sul nulla.

È accaduto giovedì sera in quel di Paradise Cove: una spiaggetta sotto un dirupo nascosta nell’angolo estremo di Malibu, Los Angeles, trasformata in teatro della sfilata uomo di Saint-Laurent. Messa in scena semplice, ma mozzafiato: pontile di legno nero come passerella, l’oceano sciabordante come sfondo e un plotone di ragazzetti esangui e ambigui, vestiti di abiti scheletrici, caftani fluttuanti, pailette, lustrini e infinite variazioni su tutto ciò che è così effeminato da apparire, per converso, potentemente mascolino.

Certo, dirà qualcuno: bisognava arrivare da Parigi alla West Coast per trovare uno scenario del genere, quando nel mediterraneo ce ne saranno a bizzeffe? Corretto. Ma nessuno di questi ipotetici luoghi avrebbe potuto competere con il fascino pigro e la mollezza misteriosa di Los Angeles, una città cosí lontana da tutto da essere fuori dal mondo.

«Cercavo una nuova Marrakech, visto che la Marrakech orginale ormai è decaduta – racconta Anthony Vaccarello, direttore artistico del marchio di proprietà del gruppo Kering-. Ne ho ritrovato lo spirito a Los Angeles: la lontananza di questa città, l’assenza di storia, il ritmo lento mi fanno pensare alla ribellione e libertà degli anni Settanta».

Il deboscio oppiaceo e le sedizioni marocchine sono del resto parte dell’immaginario della maison: le leggende fiorite intorno all’enclave di Monsieur Saint-Laurent a Marrakech sono floride, e includono una estetica languida, multiculturale e ambigua di duratura presa. Vaccarello attualizza il tutto – portare la scena a Los Angeles è certo una forzatura, ma di quelle buone – per le nuove generazioni di consumatori, che di quell’epoca hanno solo visto le immagini e ne subiscono il fascino.

Aggiunge un tocco di Mick Jagger, circa 1975, e fa centro. Non si tratta si operazione nostalgia, però, ma della proposta di un codice fluido, maschile/femminile, che lo allontana dal mondo Hedi Slimane per portarlo su territori d’espressione più sentiti e personali, rilevanti in questo momento di post-sportswear. La formalità bohemienne e sciamannata di Saint-Laurent è giusta, adesso. Il pathos si avverte, e vivifica lo spettacolo, grandioso ma, proprio per questo, non sterile.

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