La seconda vita di un film: Ride di Valerio Mastandrea

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Resistere e non arrendersi mai. Se il meccanismo italiano della distribuzione cinematografica continua a rendere complicata la vita di molti film di qualità, esiste un rimedio secondo Valerio Mastrandrea, attore di talento e ora regista. 

Un rimedio parziale perché il cinema nazionale manca di una progettazione culturale lungimirante almeno dagli anni Settanta, da quando si è affermata senza valide contromisure l’idea di una crisi inarrestabile. Tuttavia, dato che il sistema continua a vivacchiare e non è facile rischiare sul piano della creatività, l’interprete romano, vincitore di quattro David di Donatello, scommette su una possibile seconda vita per i film. “Ride, il mio esordio da regista, è andato male come incassi, dopo la presentazione al Torino Film Festival nel novembre 2018 e l’uscita nelle sale in 120 copie, troppe in una fase iniziale. Ho deciso così di dargli un’altra possibilità incontrando il pubblico in giro per l’Italia, dopo la visione. I riscontri sono positivi e nel contratto del mio secondo film ci sarà una clausola che preveda questo nuovo tipo di promozione. Oggi andare in tv non serve a niente. Ho voluto io essere qui oggi”, sottolinea Mastandrea di fronte al pubblico numeroso, e parecchio plaudente, della Multisala Iris di Messina. L’occasione è il progetto “Esco in tour” in Sicilia, a cura di Sudtitles, che vede regista e attrice protagonista, Chiara Martegiani, presentare “Ride” anche a Catania, Palermo, Vittoria e Modica dall’1 al 4 aprile.

Il risultato è felice grazie a un desiderio di condivisione ormai raro. “Ride” cattura l’attenzione dello spettatore e l’incontro dopo i titoli di coda diventa un modo per rivivere e rielaborare gli elementi introspettivi della storia. Prodotta da Kimerafilm e Rai Cinema, l’opera prima si regge sulle intuizioni della sceneggiatura di Enrico Audenino e Mastandrea (anche produttore associato), sull’incisività degli interpreti tra naturalezza e verità, sulla fotografia di Andrea Fastella, che alterna chiaroscuri e lampi di luce nel segno di una complessa varietà cromatica e sulla scenografia (con una piccola casa come componente essenziale) di Marta Maffucci. Le musiche originali sono di Riccardo Sinigallia ed Emiliano Di Meo ma si fa notare soprattutto l’uso intradiegetico delle canzoni. Alla fine spicca la struggente “E sei così bella…” di Ivan Graziani.

In tre ambienti e 24 ore, si raccontano con toni paradossali, fondendo comico e tragico, le difficoltà di Carolina nell’adeguarsi alle pretese del mondo circostante, commosso dalla morte sul lavoro di un operaio trentacinquenne ma in sostanza dominato da narcisismi e miseri egoismi. Perché la giovane vedova non piange e non manifesta esplicitamente il suo dolore? È lei stessa a tormentarsi per questo. Come regista, Mastandrea valorizza una delle sue doti principali d’attore: la capacità di scegliere un punto di vista inconsueto, evocando mondi interiori e venature sotterranee attraverso sottigliezza e senso della misura, ironia e profonda malinconia, pudore e sentimenti trattenuti che affiorano dietro le maschere e i silenzi. Il montaggio di Mauro Bonanni asseconda strappi e vuoti che le scelte musicali dissonanti esaltano in coerenza con i personaggi.

Di conseguenza, dal piano fisso iniziale, intento a riprendere il “ping pong” psicologico che contrappone madre e figlio di dieci anni, fino a primi e primissimi piani, piani sequenza, carrelli e nell’epilogo la camera a mano, la regia risulta al servizio del clima psicologico di un racconto ricco di non detti e di elementi sospesi ma che non si ritrae di fronte a sviluppi drammatici e ad altri più surreali, dolci e amari al tempo stesso. In questo scenario, la sceneggiatura mescola privato e politico, individualità e dimensione collettiva, suggerendo rimandi alla crisi della classe proletaria, in una Nettuno dove il mare è un altrove che i personaggi possono solo guardare di sottecchi, rimanendo ancorati a una terra e a un presente inospitali. L’eredità delle macerie post liberismo, che i giovani si ritrovano, impotenti, mentre i vecchi registrano la loro sconfitta politica ed esistenziale, emerge tramite poche pennellate e dettagli a volte ironici, a volte teneri, a volte tragici.

Da ricordare l’interpretazione sorprendente di Chiara Martegiani. La macchina da presa ne studia espressioni e interrogativi racchiusi nella sua fisicità nervosa, con i capelli corti e le emozioni tenute dentro di sé. Lei (“Prima d’interpretare Carolina pensavo di smettere”, ha rivelato, a causa della cronica difficoltà in Italia di ruoli femminili) rappresenta al meglio l’anima dolcemente complicata di un film che trova una cifra originale per descrivere l’elaborazione di un lutto intimo e transgenerazionale, con in più le ansie da prestazione provocate da una società superficiale e piena di soggetti incapaci di mettere in secondo piano il proprio ego. Il dialogo tra i ragazzini, con Arturo Marchetti nei panni di Bruno, dimostra l’abilità di scrittura e della regia nel restituire la vitalità fantasiosa e la vivacità dell’infanzia, mentre Renato Carpentieri (il padre operaio in pensione) e Stefano Dionisi (il figlio “sbagliato”, un delinquente che ha reciso il filo della tradizione operaia della famiglia) danno vita a un conflitto lacerante e d’impatto. Ognuno cerca di trovare una strada intima e personale per affrontare una perdita improvvisa e irreparabile, oltre gli obblighi, le ipocrisie e le pressioni sociali, ben evidenziati dal divertente cameo di Milena Vukotic. Nel complesso, “Ride” non è perfetto. Tuttavia, quando sembra imboccare strade più consuete ha sempre uno slancio verso qualcosa d’indefinibile, liberatorio o anticonformista al pari di una risata non convenzionale. Denso di suggestioni che emozionano e che inducono alla riflessione, il film invita a una rivolta che deve cominciare dal guardarsi dentro. La composizione dell’immagine alterna delicatezze e situazioni insolite, figlie di una passione che il Mastandrea attore ha colto e interiorizzato probabilmente sui tanti set, in una carriera cominciata nel 1994. “Ride”, sin dal suo titolo bizzarro, che riprende uno dei colloqui madre/figlio dai toni e contenuti singolari, segna per lui un nuovo inizio.

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