Enrico Fresolone – Aiuto, sono travolto da richieste di amicizia di sconosciuti. E Facebook non mi risponde

Roy Lichtenstein leaves it up to the viewers to decide what has just transpired in his 1964 painting of a tense phone call titled Ohhh ... Alright ...
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La testimonianza. Da un giorno all’altro sul mio profilo social arrivano centinaia di richieste. Uomini, donne, adolescenti, profili di fiori, edifici o strutture come il London Eye e nomi in arabo, cirillico e thai. Ma il divertimento iniziale lascia il campo all’angoscia. Come posso uscirne? Il social, contattato, per adesso tace

di FEDERICO BITTI

MILANO, 38 gradi, l’orologio del telefono fa le 17. Sono sigillato in casa, coccolato dall’aria condizionata. Un caro amico mi annuncia le sue prossime nozze in settembre e, mentre ci perdiamo nei dettagli della cerimonia e nell’amarcord di un’amicizia ventennale, “Plin!”: dal mio smartphone parte il suono di una notifica di Facebook. La ignoro. Il mio amico e la sua futura moglie sono più importanti. Si beve, si ricorda, chiedo dettagli del banchetto, di un possibile regalo fuori lista e “Plin!”, “Plin!”, “Plin!”. Altre notifiche. Mi scuso, tolgo la suoneria e la serata finisce come da copione: baci e abbracci.

Congedati gli ospiti e col cuore gonfio di tenerezza, do uno sguardo al cellulare e noto parecchie notifiche da Facebook. Sono stanco, le ignoro. D’altra parte sono iscritto a diversi gruppi statunitensi che si occupano del mio disturbo del movimento ed è possibile che qualcuno stia discutendo di qualche nuova terapia. Il fuso ci separa. Mi addormento sereno: lascio lo smartphone acceso perché mamma non sta benissimo ma mi sveglio di soprassalto. E’ di nuovo “Plin!” “e “Plin!”. Maledico l’era dei social, disattivo il wi-fi e buona notte.

Mi sveglio alle 8, faccio i miei esercizi di respirazione, un caffè, due biscotti e riattivo il telefono. Il caffè mi va di traverso perché trovo circa 400 richieste di amicizia da sconosciuti: uomini, donne, adolescenti, profili di fiori, edifici o strutture come il London Eye e nomi in arabo, cirillico e thai. Sono divertito e pubblico un post chiedendo lumi a colleghi più esperti di social, sicuro che si tratti di un troll, una specie di disturbatore che infetta i profili, o di un bug temporaneo. I miei colleghi non hanno risposte e nel frattempo “Plin!”, “Plin!”. E ancora “Plin!”. Controllo dal portatile e le richieste sono ormai 560. Provo a interagire con uno dei possibili nuovi amici: gli mando un messaggio vocale per verificare che si tratti di una persona reale e capire per quale motivo mi abbia contattato. E la risposta – un po’ irritata ma onesta – arriva: “Mi sei comparso tra le persone suggerite”. “Grazie”, “scusa”, “ciao”. Scrivo a Facebook. Mi sto innervosendo.

Non mi aspetto risposte nell’immediato ma ancora nulla dopo quasi 24 ore e dopo altri 300 plin mette a dura prova la mia pazienza. Nell’attesa, disattivo le notifiche e scopro anche che non posso annullare la funzione per le richieste di amicizia ma soltanto limitarle agli “amici degli amici”, opzione che avevo, credo inconsciamente, già attivato. Forse invano.

Disarmato, accetto l’amicizia da qualche volto che mi pare gradevole e innocuo, ne elimino duecento. Ma “Plin!” e “Plin!” e “Plin!”. Non mi dà tregua. Riscrivo a Facebook, sempre più nervoso, ma nulla. Ignorato. Nel primo pomeriggio, da un paio di quelle decine di volti che avevo accettato come amici, partono videochiamate. Intimorito le ignoro. Ma loro scrivono: un ragazzo del Bangladesh ha deciso che sono suo marito. Poi mi faccio coraggio e accetto due videochiamate: un ragazzo veneto mi mostra il pene e dice “ti voglio” senza mai mostrare il viso. Una ragazza spagnola fa vedere il seno ripetendo “te gustan?”. Attacco, blocco e riscrivo a Facebook. Ancora nessuna risposta.

Le notifiche sono ormai ingestibili ma una su tutte mi colpisce. È di una signora tailandese che mette un convintissimo “like” a una mia battuta sardonica, in romanesco e nemmeno tanto riuscita, sul #mandatozero e davvero penso di essere finito, per colpa di qualche algoritmo, in una puntata di Black Mirror.

Come sottrarsi come sottrarsi all’ondata di richieste su Facebook

Cerco in rete: penso “se sta accadendo a me, sta accadendo a qualcun altro”. Trovo qualche tweet che segnala problemi analoghi ma niente di paragonabile per numeri e volumi al mio caso. E, soprattutto, non trovo alcuna soluzione. Sono sconfortato: da ore sto provando da solo a capire cosa stia succedendo, contatto persone da Singapore all’Argentina e ricevo da loro alcuni feedback comunque utili, mentre da Facebook solo silenzio: silenzio assoluto. Un silenzio che genera senso di impotenza per questa valanga inarrestabile, seppur silenziabile con un clic. Un’invasione continua della mia privacy e del mio tempo. Potrei ovviamente chiudere il profilo ma Facebook mi lega anche a tante risorse utili, ormai indispensabili per ragioni molto serie: salute, lavoro e contatti preziosi raggiunti negli anni e con fatica. E davvero mi pare una prepotenza dover rinunciare a questo per un algoritmo impazzito.

A chi farà notare che raccontare su Repubblica questa storia mi procurerà ancora più richieste di amicizia, vorrei rispondere che sì, sono perfettamente consapevole che esporsi pubblicamente genera attenzione e pubblicità. Ma una cosa è volerlo, altra è subirlo. Fino a che punto possiamo considerarci padroni delle nostre scelte, cioè liberi, se affidiamo noi stessi e i nostri dati a una piattaforma che senza alcun consenso espone la nostra identità a centinaia di sconosciuti? Un algoritmo che prima ci dà in pasto alle moltitudini sui social e poi ignora le nostre richieste di aiuto.

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